Storie di pazienti

Natale Ail 2018

Storie di pazienti

La schiacciata più bella di Fiorangela

 

Quando è cominciata la sua Odissea?
«A fine settembre del 1995. Ero tornata dalla Corsica, dove avevo lavorato come animatrice turistica. Poi ero stata a Genova, per uno stage. Quattro mesi intensi. Mi sentivo molto stanca ed avevo un grosso livido ad una gamba. Ma pensai ad un colpo preso giocando a pallavolo. Mia madre invece mi chiese di sottopormi agli esami del sangue al San Leonardo. Qualche valore risultò sballato e per questo rifeci le analisi. Mi dissero di iniziare una cura a base di cortisone. Ma mia madre chiamò altri medici. Tra questi un ematologo salernitano che lavora all'Università La Sapienza di Roma, il dottor Agostino Tafuri. Mi visitò ed intuì subito di che cosa soffrivo».


Come ha saputo di avere la leucemia?
«Fui ricoverata a Roma il 17 ottobre. Mi fecero un prelievo midollare. Alle amiche che chiamavano dicevo che ci saremmo riviste dopo qualche giorno. Il 19 ottobre, invece, a mia madre fu comunicata la gravità della malattia: leucemia mieloide acuta. Non ebbe il coraggio di dirmelo, era disperata. Furono i medici a farmelo sapere. "Devi sottoporti alla chemioterapia", mi dissero "ti cadranno i capelli". Piansi e per tre giorni fui come in trance. Con la chemioterapia cominciai ad avvertire dolori acuti, tanto da richiedere l'assunzione della morfina."

 

Cosa ricorda di quei momenti terribili?
"Tutto. Ma in particolare la solidarietà degli amici. Ero in una stanza sterile, insieme ad un'altra persona che poi morì. Persi rapidamente venti chili e mi caddero tutti i capelli. Le compagne di squadra mi mandarono la mia maglietta, perché la tenessi appesa in capo al letto. Non fu possibile, però, perché la polvere avrebbe potuto ulteriormente indebolire il mio fisico».


Qual'era il suo pensiero ricorrente?

«Di uscire dall'ospedale anche se quel posto era infondo la mia vita. Dopo cinquanta giorni tornai a casa. Ma trascorsi quattro giorni, mi dissero di rientrare. "Bisogna battere il ferro finchè è caldo", mi spiegò la dottoressa Petti alludendo ad un altro ciclo di chemioterapia. Rimasi a Roma fino al 30 dicembre. Poi chiesi di uscire perché non ce la facevo più».

 

Quando si è accorta di potercela fare?

"La remissione delle cellule era ormai completa. La chemioterapia funzionava ma dovevo sottopormi al trapianto del midollo. I valori ematici erano cresciuti e, nel febbraio 1996, sostenni anche un esame universitario. Ripresi a vedere gli amici, a condurre una vita quasi normale. Nessuno dei miei parenti era compatibile per il trapianto. A fine marzo i medici decisero per l'autotrapianto che mi fu praticato il 15 aprile. Rimasi a Roma fino al 5 giugno. Oggi mi sottopongo a periodici controlli. La malattia è scomparsa ma nessun medico può darmi la certezza che non si ripresenti. Mi sento bene ma devo convivere con mille paure. E' difficile tornare ad essere una persona normale».

Si sente un'eroia?
«No. Ce l'ho messa tutta ed il miracolo si è avverato».

Striscioni per una festa da ricordare
Nove mesi di inferno per Fiorangela tra cure, speranze e paure. Gli amici l'hanno sempre sorretta, come nel giorno del suo ventiduesimo compleanno. Era il 17 novembre del 1995. Fiorangela era in una stanza al terzo piano dell' ospedale romano in cui era stata ricoverata un mese prima. Sotto c'erano loro, gli amici. Erano venuti in venti, con quattro auto, con striscioni, trombe ed una magnifica torta al cocco. «Ero a letto, li sentivo ma non avevo la forza di muovermi.Gli infermieri mi sollevarono in modo da poterli scorgere e salutare. Ci fu un'ovazione e fui felice. Davvero vivrei solo per loro, per quello che hanno fatto, per come si sono comportati. Erano trascorsi pochi mesi dalla scomparsa di Andrea Fortunato, anche lui vittima della leucemia». Fiorangela era lì a lottare con tutte le sue forze. «Non mi guardavo allo specchio, ero ridotta male. Ma ero ottimista, non potevo fare altro. Quando l'anno scorso sono tornata a giocare a pallavolo ho finalmente capito che il peggio era passato. Ero addirittura contenta di prendere pallonate. Come sono contenta di insegnare il volley alle bambine. Io ce l'ho fatta, almeno spero. Per altri, purtroppo non è stato così». Fiorangela sta per laurearsi in Economia del turismo. Il suo sogno è viaggiare ininterrottamente e diventare manager nel settore.


Quell'amore nato in ospedale

"Parlavamo al telefono, era un ragazzo davvero straordinario». Le piaceva già prima di iniziare il terribile calvario. E, come spesso capita in questi casi, glielo aveva fatto sapere attraverso qualche amica comune. Ma lui non aveva fatto in tempo a conoscerla personalmente. Il ricovero in ospedale aveva sottratto Fiorangela alla vita di tutti i giorni. A poterla incontrare erano soltanto i familiari: il papà Aniello, la mamma Lucia, i fratelli Michele e Francesco, e la sorella Raffaella. In quella stanza d ? ospedale, dove quasi nessuno poteva entrare, Il telefono è stato per tanti mesi l' unico amico di Fiorangela. Ed un giorno a telefonarle fu proprio lui. «MI chiamò per farmi coraggio. Fui contenta. Da allora ci sentimmo quotidianamente. Trascorrevamo molto tempo al telefono fino a tarda notte. Nacque una grande e bella storia d'amore.Viste le mie condizioni lo scoraggiavo ma lui mi diceva che ero stupida. E stato straordinario, mi ha dato tutto. Ed io ho investito praticamente ogni cosa su di lui. Ci incontrammo di persona quando uscii dall'ospedale. Venne a prendermi insieme ad altri amici. Mi aiutò tantissimo in quei mesi. Siamo stati insieme per due anni e mezzo. Poi è finita ed in qualche modo è stato come se un altro pezzo di quel terribile periodo se ne fosse andato. Oggi mi sento piena di energie. Mi cercano in tanti e questo mi rende felice. Dopo la battaglia fisica bisognava vincere quella mentale. Per sconfiggere le paure ho deciso di impegnarmi in mille modi, come e più di prima. Sarebbe un disprezzo starsene a casa e non vivere dopo quello che mi è successo». Tra i tanti impegni di Fiorangela c'è quello per l'Ail, l'associazione italiana contro le leucemie, della sezione salernitana è stata fondatrice insieme alle famiglie Tulimieri e Cosentino. «Conoscevo già Marco Tulimieri, come ragazzo e come atleta. Ero in ospedale quando si ammalò di leucemia. Ci sentivamo per telefono. Era ottimista. Riprenderemo a fare sport, mi diceva. La mia guarigione gli diede fiducia. Poi purtroppo non ce l'ha fatta. E per me fu una mazzata terribile». Con la famiglia e la ragazza di Marco, Fiorangela ha fondato la sezione salernitana dell'Ail. Non potevo starmene con le mani in mano. A Roma l'Ail ha fatto molto per me e per tante altre persone. La gente ci sta aiutando. La nostra sede è in Via Cesare Battisti al numero 13. Assistiamo i malati e contribuiamo alla ricerca, anche se qui al Sud non ci sono centri specialistici come quello diretto dal professor Mandelli». Fiorangela deve sottoporsi a controlli per altri due anni. La segue il dottor Spadea, a Roma. Non è stato facile, per lei, ricordare il periodo della malattia. Ho accettato per dimostrare che si può guarire dalla leucemia. In fondo sono testimonianza vivente della ricerca». Tifosissima della Salernitana, ha partecipato nel giugno scorso al Gran Ballo delle debuttanti, il programma di Pippo Baudo, trasmesso da canale 5 e adesso si propone di scrivere a Maurizio Costanzo per parlare della sua storia, per fortuna, a lieto fine. E dare fiducia. A tutti quelli che lottano. Come ha sempre fatto.